Miriam Candurro

Miriam Candurro: “vivo alla giornata e cerco il mio posto al sole”

Miriam Candurro: intervista esclusiva “a cuore aperto” a una giovane e determinata donna del Sud

Miriam Candurro, napoletana doc, 38 anni (si può dire, anche perché lei ne è fiera), attrice nota per essere da qualche anno la Serena Cirillo della fiction di Rai 3 “Un posto al sole”, dopo aver preso parte ad altri lavori come “Capri” e “Don Matteo”, per citarne alcuni, si cimenta con la sua grande passione, la scrittura, e pubblica il romanzo “Vorrei che fosse già domani”, scritto a quattro mani con Massimo Cacciapuoti. La incontriamo nella libreria “Liberinfabula” di Martina Franca proprio in occasione della presentazione del suo libro, uscito da oltre un anno, ma ancora “attivo” grazie soprattutto al passaparola tra i lettori, che poi è il mezzo migliore che decreta la bontà di un libro. Ci colpiscono subito la sua semplicità e il suo modo naturale di porsi al pubblico, ed è molto tenero il modo in cui si approccia con una piccola fan di sette anni, che ascolta la presentazione tutta compunta e attenta, per poi farsi autografare il libro che promette di leggere. Piccoli gesti, grandi sentimenti. E così scatta la necessità di farsi raccontare qualcosa di più da questa giovane e solare napoletana. Scambio di contatti, foto di rito e promessa di risentirci presto per un’intervista. E così è. La sentiamo mentre “lotta” con il traffico della sua città, ovviamente a motore rigorosamente spento.

Ciao Miriam, partiamo subito dal tuo romanzo, visto che ci siamo incontrati proprio in occasione di una presentazione a Martina Franca. Il titolo è “Vorrei che fosse già domani”. E’ davvero così anche per te, Miriam, o preferisci vivere il presente in maniera diciamo un po’ più “slow”, compatibilmente con la tua attività professionale e con la tua vita privata?

“Il titolo del romanzo trasmette un senso di positività. In realtà io vivo alla giornata e mi piace vivere in una maniera più ‘slow’, però fondamentalmente vivo la giornata proiettata sempre verso il futuro e verso quello che può succedere. Sono molto aperta nei confronti di quello che la vita ti può riservare, nel bene e ovviamente anche nel male, anche se poi cerco sempre di prendere il buono di ciò che accade. Il titolo del libro in ogni caso mi rispecchia molto proprio perché rappresenta questa attesa ‘attiva’ verso ciò che può succedere”.

Miriam Candurro
ph. Matteo Gentile

Sei nata e vivi a Napoli, città associata spesso a mille contraddizioni, ma in realtà molto amata un po’ in tutto il mondo. Quanto devi a Napoli nella tua vita, nel tuo carattere, nel tuo vedere e approcciarti al mondo?

“Io sono assolutamente frutto della mia città. Non sarei stata quello che sono se fossi nata in un altro posto, perché Napoli mi ha insegnato a vivere con dentro un’energia, come se ci fosse un Vesuvio sempre pronto a esplodere. Noi napoletani viviamo continuamente con questa piccola spada di Damocle sulla testa, con questa piccola ascia pronta ad abbattersi su di noi. Per quanto fingiamo di non farlo pesare, in realtà gli occhi alla montagna li buttiamo sempre. In un certo senso siamo molto fatalisti e con il desiderio di vivere appieno e con energia ogni minuto che abbiamo a disposizione, tutti i momenti che la vita ci riserva. Sicuramente Napoli è una parte fondamentale di me”.

Com’era Miriam da bambina?

“Ero una bimba molto ‘normale’, con una vita tranquilla. Sono figlia di un professore e di una casalinga, quindi facevo una vita assolutamente normale. Ero molto sognatrice, questo sì, ma sempre con l’idea che i sogni fossero lì e che non fosse così semplice realizzarli. Avevo quindi sogni molto grandi nel cuore ma nella testa cose concrete, come appunto quella di studiare, di fare quello che si chiede a una bambina. Ma sogni ad occhi aperti … tantissimi!”

E com’è Miriam donna e mamma prima che attrice e scrittrice?

“Sono una donna che non si arrende mai, che chiede molto a sé stessa, pure troppo a volte, tanto da arrivare fino all’orlo della stanchezza assoluta. Pretendo tantissimo da me, molto più di quanto non chieda dagli altri, con i quali al contrario sono spesso molto accomodante. In realtà sono così esigente perché credo molto in quello che posso realizzare e nel dove posso arrivare, e questo non sempre è un bene. Ora sto imparando a mollare un po’ le redini, però, chi nasce tondo…”

Miriam Candurro
ph. Matteo Gentile

Alla presentazione eri in jeans, maglione casual e sneackers. Quanto conta per te l’aspetto fashion o glamour nella vita di tutti i giorni, visto che comunque nel tuo lavoro la bellezza assume in ogni caso un aspetto non di secondaria importanza?

“Non ho mai dato molta importanza all’aspetto fisico, né a maggior ragione a quello fashion, all’abbigliamento. Ho sempre pensato che la cosa importante sia sentirsi bene con sé stessi, nel senso di sentirsi a proprio agio. Quindi, nel momento in cui si trova un equilibrio, io penso che  qualsiasi cosa tu abbia addosso conti veramente poco. Questo mio modo di pensare l’ho sempre portato avanti e adesso cerco di proporlo come insegnamento per i miei figli (ne ha due, Vittoria e Fabrizio, nati dal matrimonio con il suo grande amore Mauro, ndr), perché credo che sia una delle cose più belle che mi sia stata insegnata da bambina, e cioè quella di guardare oltre le apparenze. Questo atteggiamento, tra l’altro, ti libera da quelle piccole grandi prigioni dorate, come la necessità di dover essere sempre alla moda o di essere sempre perfetta e impeccabile. Penso che a volte un bel ‘chissenefrega’ valga molto di più di un vestito firmato o di una giacca all’ultima moda.

Che “rapporto” hai invece con i social media?

“Mi diverto molto con i social. Ho imparato a conoscerli e a farli diventare uno spioncino attraverso il quale permetto al mondo di ‘sbirciare’ bonariamente nella mia vita. Li vivo senza stress, senza aspettarmi nulla di eclatante, per me sono un gioco divertente e comunque, se ben usati, penso che possano essere strumenti molto positivi. Vanno presi per quello che sono, e l’aspetto negativo da evitare penso sia quello di vedere attraverso i social una realtà distorta. Uno degli aspetti che penso sia eccezionale dei social è invece la possibilità di accorciare totalmente le distanze tra le persone.

Diplomata al liceo classico e laureata in lettere classiche, avresti mai pensato di fare l’attrice?

“No, non l’avevo mai pensato. Era un sogno, questo sì, uno di quei grandi sogni da bambina, da guardare però da lontano. Io ero molto più concreta, mi dicevo: ‘è mai possibile che possa succedere a me?’ e mi rispondevo ‘no, non è possibile’, e così lavoravo e studiavo per ‘prendermi una laurea’, come si dice da noi.

Ma poi è arrivato!

“Certo, e non posso esserne che felice. Però anche quando è arrivato ho sempre cercato di mantenerne le distanze, se così posso dire. Avevo paura di farmi male, di affezionarmici troppo e di restare troppo delusa se e quando un giorno sarebbe inevitabilmente potuto andare via. Confesso che restava sempre il mio secondo amore, perché il sogno della scrittura mi ha accompagnato da sempre, non a caso ho scelto la facoltà di lettere classiche per i miei studi. Però fare l’attrice è un lavoro fantastico”.

Miriam Candurro
ph. Vita D’Amico

Quali sono gli aspetti che ami di più e quali di meno del cosiddetto mondo dello spettacolo, o per dirla come i più bravi, dello “star system”?

“Bella domanda questa sullo star system, nel senso che ci sono dei momenti in cui condividiamo la nostra passione per l’arte, ci sono delle serate molto belle in cui tanti artisti e attori si confrontano, e questa è la bellezza di far parte di un ambiente culturalmente attivo e desideroso di portare avanti l’arte.  Qualche aspetto negativo può essere legato al fatto di dover essere impeccabili e sorridenti in certe situazioni in cui magari si preferirebbe starsene tranquilli perché non ti senti nel ‘mood’ della serata, ma sono veramente piccole cose, queste. E poi diciamo che il cosiddetto star system italiano è molto più soft di quello americano dove c’è tutta un’altra serie di dinamiche che non sono sicuramente le nostre”.

Cosa invece ami più di te e cosa invece “cordialmente” detesti, se si può dire?

“Amo di me la mia capacità di riuscire a incastrare le cose tra loro e farne centomila, e penso tutte abbastanza bene. Odio di me proprio quella pretesa di volerle fare bene tutte, e quindi dovrei cercare di prendere un po’ le distanze da questa necessità di bilanciare tutto. Sono bilancia ascendente bilancia e questo me lo porto dentro come una condanna”.

Più in generale, com’è il tuo approccio con la società? C’è qualcosa che ti dà particolarmente fastidio e qualcosa che ami di più?

“Amo il rispetto. Inteso in senso molto ampio. Un allarme mi suona immediatamente quando vedo la mancanza di rispetto. Di conseguenza, odio profondamente proprio la mancanza di rispetto, che purtroppo è un qualcosa di sempre più  frequente. Come dicevo, ho un concetto molto ampio di rispetto, da quello per l’ambiente, a quello nei confronti delle persone in generale, degli anziani, dei più deboli e dei meno fortunati di noi in particolare, quindi ne amo la presenza e ne odio la mancanza”.

Torniamo al tuo romanzo, intrecciandolo un po’ con la tua attività artistica. Nel libro si parla di amore e amicizia. Alla base del racconto c’è più qualcosa che viene dal tuo vissuto personale o più dalle storie che ti trovi a interpretare come attrice?

“Alla base del romanzo c’è sicuramente la mia vita. Non è stata una vita che si possa definire straordinaria, devo dire…”

Bè, a volte nella semplicità c’è molta più straordinarietà di quanto non si possa pensare…

“In un certo senso credo di sì. Ho avuto un’adolescenza come tutte le altre, e ho sentito la necessità di raccontarla con occhi adulti, cercando di raccontarla anche ai ragazzi, per far passare il messaggio che l’adolescenza è un periodo difficile ma che bisogna vivere con attenzione senz’altro, perché lì si costruisce la base del nostro carattere e delle nostre esperienze future, però anche con la serenità e la consapevolezza che anche la cosa più terribile veramente dura un battito di ciglia. E’ in fondo questa la bellezza e anche il lato meno positivo dell’adolescenza”.

Hai un modello a cui ti ispiri?

“No, non ce n’è uno solo, ce ne sono in realtà centomila. Io amo il bello inteso in tutte le forme. Tipo una bella scena recitata molto bene da bravi attori, una bella pagina di libro, ovvero quelle cose che ti portano a pensare ‘ah, questo vorrei riportarlo nel mio vissuto e nel mio lavoro’. Mi sento in questo come una piccola gazza ladra che se ne va in giro a ‘rubare’ quello che brilla. In questo senso avere un solo modello sarebbe troppo restrittivo, e in effetti ne ho molti e non ‘identificabili’, diciamo così”.

Per concludere: laureata, attrice e adesso scrittrice. Cosa farai da grande?

“Bella domanda! Ti rispondo tra dieci anni, ancora non ho deciso (ride). Sicuramente qualcosa arriverà, e io sono pronta ad accettare quello che verrà. Vedi? Vorrei che fosse già domani, appunto: lo scopriremo domani!”

Matteo Gentile

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(ph. di copertina: Vita D’Amico)

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Autore dell'articolo: Matteo Gentile

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