Dalla Colombia

Dalla Colombia alla Puglia: la storia di Yulissa

Dalla Colombia alla Puglia: la storia di Yulissa Maria Pales

Dalla Colombia alla Puglia: intervista a Yulissa Maria Pales, studentessa in viaggio alla riscoperta delle sue origini e delle relazioni tra il corpo e il territorio nella tradizione popolare degli indigeni colombiani.
Yulissa Maria Pales arriva a Martina Franca nell’ambito di un progetto di studio che coinvolge la sua terra d’origine, la Colombia, la sua terra di adozione, la Spagna, e la nostra Italia, tra la Campania e la Puglia, attraverso uno studio antropologico e culturale. La incontriamo in una mattina invernale, a passeggio tra i vicoli del centro storico, in una chiacchierata che prende spunto proprio dallo scambi culturale che l’ha portata nel cuore della Valle d’Itria passando per l’Andalusia e la sua terra d’origine.

Yulissa Maria Pales, parlaci un po’ di te

“Sono studentessa all’ultimo anno all’università pubblica di Cordoba, Facoltà di Scienze Sociali. Ho vinto una borsa di studio con la cattedra Unesco della sostenibilità, l’unica in Spagna, che si occupa anche di linee di ricerca, come quella del Patrimonio alla quale io sono interessata. La Cattedra Unesco ha aperto varie sedi in Sud America attraverso le quali è interessata a sviluppare nuove linee di ricerca. La mia, in particolare, riguarda la relazione corpo-territorio attraverso lo studio delle pitture corporali. Attraverso questo studio è possibile capire la cosmo-visione dalla comunità che, fortunatamente, si è conservata nel tempo. In particolare, la comunità colombiana indigena alla quale io appartengo, “los zenues”, è completamente scomparsa. L’ultima persona che parlava la lingua Zenu è scomparsa nel 1948, quindi è una fortuna che ci siano altre comunità oggetto di studio”.

In questi giorni sei in Italia, e in particolare sei ospite a Martina Franca. Cosa ti ha portato qui?

“La mia borsa di studio prevede, tra l’altro, un soggiorno di cinque mesi presso la cattedra di Barcellona, e ho avuto questa opportunità di venire per una settimana in Italia presso l’Università di Salerno, che mi ha ospitata, e in questo fine settimana ne ho approfittato per visitare Martina Franca, cittadina di cui mi ha parlato l’architetto Massimo Leserri con cui abbiamo redatto a quattro mani una pubblicazione che uscirà su un libro che verrà pubblicato in Svizzera, curato dalla professoressa Angela Moreno e da George Morato, direttore della Cattedra della’Unesco”.

Visitando i vicoli del nostro centro storico, cosa ti ha colpito particolarmente?

“Le chiese e i luoghi sacri, le cappelle, le edicole votive. Ce ne sono tanti e molto belli e suggestivi, caratteristica che accomuna Martina Franca anche con la città di Salerno e altre del Sud Italia. Si sente molto la presenza del sacro, a differenza della Colombia dove nelle città c’è soltanto la chiesa principale”.

Parliamo della comunità dell’impero “Embera katio”. Com’è strutturata a livello sociale, quali sono le sue caratteristiche principali?

“E’ una comunità indigena che vive in una zona del territorio colombiano compresa all’interno di un Parco Nazionale, Parque  Nacional del Nudo del Paramillo, che comprende 25 riserve delimitate da alcuni affluenti del Rio Verde e del Rio Smeralda. Questa comunità, nello specifico, si  trova nella zona del Beguido. Il territorio dopo aver subito una inondazione, subì anche l’occupazione armata in seguito al conflitto tra Stato e rivoluzionari,  che durò cinquant’anni. Furono cacciati dalla loro terra, e al ritorno hanno subito anche l’0occupazione da parte dei narco-trafficanti. La comunità ha una sua “seconda legge”, si può dire. E’ guidata da uno “Sciamano”, un medico potremmo dire che pratica la medicina naturale, e rappresenta la figura principale della società. Nonostante la struttura patriarcale della società, la donna assume comunque un ruolo molto importante. Ultimamente, infatti, le donne ricoprono il ruolo di governatrici, a differenza degli sciamani, uno per ciascuna delle 25 riserve, che sono uomini e sono praticamente intoccabili e inarrivabili da parte di visitatori esterni. Sono i capi religiosi ma anche i punti di riferimento per la vita comunitaria”.

La tecnologia moderna e il web, con tutto ciò che questo comporta, sono in qualche modo entrati a far parte di questa comunità o ne sono ancora al di fuori?

“Non è uguale dappertutto. In realtà le comunità ci tengono molto a recuperare e conservare le proprie tradizioni e origini. Quindi dopo essere stati “desplasados”, ovvero dispersi per via dei numerosi conflitti armati, si sono trasferiti in zone diverse, anche nelle città, dove non hanno accettato di buon grado quella che potremmo definire “modernità”, mentre altri hanno occupato le riserve naturali, cercando di mantenere le tradizioni”.

Tra queste tradizioni antiche c’è la pittura corporale, argomento di cui ti occupi in particolare nei tuoi studi. Ce ne vuoi parlare?

“La pittura corporale segue un rito, ed è realizzata utilizzando come base una pianta, che si chiama Jagua, per il nero e per il rosso che è un colore molto forte, utilizzato solamente dallo Sciamano, per esempio quando entra in trance e si prepara a curare qualcuno attraverso le piante medicinali,  o anche per le sue donne durante le cerimonie. La colorazione è associata alle azioni che verranno compiute, e  segue un rituale, spesso misterioso, che si tramanda di generazione in generazione, e molto spesso si è anche perso il significato di tali gesti che vengono ripetuti per tradizione. Le stesse piante utilizzate come pigmenti per la colorazione vengono utilizzate per creare degli infusi che vengono bevuti”.

Tornando ai tuoi studi, a cosa sono orientati?

 “Sinceramente tutto è nato dalla conoscenza di una docente, antropologa, attualmente coordinatrice della linea del Patrimonio, che si chiama Angela Moreno. L’ho conosciuta già durante il primo anno di Università al corso dove insegnava antropologia sociale e culturale. In questo corso ho potuto apprendere, tra le altre cose,  quanto sia importante salvaguardare il patrimonio della comunità indigena, e quanto sia importante conoscere le nostre origini e il nostro passato, anche perché tutto quello che ci ha preceduto ci rappresenta. E’ comunque una sfida stimolante quella del recupero delle origini, anche perché è molto difficile trovare testimonianze scritte, ma se ne trovano soprattutto di orali. Il tutto non fa che valorizzare la nostra cultura e il nostro territorio, che rappresentano di fatto il nostro vero e proprio patrimonio”.

Ma parlando di te e della tua famiglia, considerando che la Colombia è una sorta di melting pot di popoli, quali sono le tue origini?

“Mia madre è originaria di Cordoba, mentre mio padre proviene dalla zona di Sucre, ma in realtà, come per molti abitanti della zona costiera colombiana, discende da una famiglia straniera, in particolare giunta in Colombia dal Medio Oriente asiatico, da un territorio compreso tra la Siria e il Libano, verso la fine del 1800”.

Quindi, più che di integrazione, si può parlare di fusione di culture provenienti da diverse parti del mondo.

“Proprio così! La Colombia è caratterizzata da questa fusione di popoli, provenienti dalla Spagna, dalla Francia e da Panama, ma anche dall’Italia e dall’Africa, che ha comunque creato una forte identità indigena, le cui origini sono la nostra vera ricchezza che, in questo momento storico, vogliamo recuperare e valorizzare. La musica, per esempio, con quel reggaeton che adesso spopola nel mondo occidentale, è un esempi odi fusione di vari generi afro-americani, ed è un potente mezzo di comunicazione e di condivisione. In Colombia giri per strada e ti capita di incontrare a ogni angolo gruppi musicali, anche improvvisati, in una jam session spontanea e molto allegra e colorata. Tutti in Colombia sanno suonare uno strumento, e tutti lo usano per comunicare la voglia di vivere”.

Tra un vicolo e l’altro, salutiamo Yulissa che sta per tornare al suo Paese con una consapevolezza in più, se mai ce ne fosse bisogno: l’Umanità è in realtà una grande famiglia dove ognuno possiede una caratteristica che può arricchire chi la riceve, arricchendosi a sua volta delle caratteristiche dell’Altro, inteso come “nuovo” e “complementare”, che completa.

Matteo Gentile

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Autore dell'articolo: Matteo Gentile

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